Cercavo solo un lettino per trattamenti...
- Anna Francesconi
- 24 nov 2025
- Tempo di lettura: 5 min

Sono una coach e questo faccio da quasi trent’anni.
Ma sono anche esperta in MTC applicata, Cranio Sacrale e altre pratiche corporee che continuo a usare da sempre. Le pratico saltuariamente, spesso per passaparola di vecchi clienti.
Un po’ perché mi piacciono.
Un po’ perché funzionano.
Un po’ perché, trattando gli altri, tratto anche me stessa.
Dopo circa nove traslochi, quando mi sono trasferita in una ridente cittadina della provincia di Milano, ho pensato una cosa molto semplice: se prima trovavo spazi anche in contesti meno “evoluti”, qui non avrei avuto alcun problema.
E invece sì. Il problema c’è stato.
Non solo non ho ancora trovato uno spazio. Ma nel cercarlo, ho incontrato una chiave di lettura tanto complessa quanto semplice. E, a suo modo, lapidaria. Seguimi un attimo.
Ti racconto una storia, quello che ho vissuto durante questo girovagare, e la tesi a cui sono arrivata dopo un’osservazione ravvicinata sul campo. Per dare un minimo di contesto — anche ironico — ecco la casistica con cui mi sono confrontata in questo tentativo di integrazione territoriale:
.Studio multidisciplinare olistico
.Studio olistico e formativo
.Conoscenza di professionista con studio proprio
.Studi medici polispecialistici
Mancano ancora all’appello:
studi fisioterapici
estetiste
nail artist
studi di medicina cinese
(ma su questi vi aggiornerò) Lo dico senza sarcasmo. Solo per delimitare il campo di osservazione.
All’inizio pensavo fosse una questione logistica. Qualcosa di banalmente risolvibile.
Dal punto di vista fiscale non c’erano problemi: sono iscritta a un albo professionale e ho una società.
Dal punto di vista del calendario nemmeno: non avendo una clientela continuativa in loco, la mia richiesta sarebbe stata episodica.
In pratica, la domanda era questa:
“Volevo sapere se, presso il tuo studio o la tua struttura, potessi avere — quando mi serve — un lettino per effettuare trattamenti alla mia clientela (che, potenzialmente, potrebbe diventare anche tua). Nel rispetto del tuo calendario professionale e con una fee da concordare insieme.”
Nulla di più. Nulla di meno. Non mi è mai sembrata una richiesta fuori dagli schemi. Onestamente.
Ma forse mi sbaglio.
Il tipo di risposta, in realtà, è sempre stato lo stesso: un no.
A volte cordiale.
“Sì, vieni pure a vedere il mio studio.”
Poi silenzio. E poi, uguale: no.
A volte irrispettoso, anche se mascherato da entusiasmo.
“Guarda, mi piace molto l’idea. Ti chiamerà mia moglie.”
Silenzio.E poi, uguale: no.
A volte formalmente legittimo.
“Preferiamo rimanere in ambito sanitario: centro prelievi, specialisti medici.”
Una scelta comprensibile.
Eppure, sempre: no.
Altre volte più sfumato, quasi confidenziale.
“Mi fa piacere sapere che ora sei qui, ma… siamo troppo simili.”
“Ne parlo con il mio socio.”
“Ne parlo con mia moglie.”
“Ne parlo con il mio maestro spirituale.”
Silenzio. E, ancora una volta, no.
A un certo punto mi sono detta: “Aspetta. Forse non mi conoscono. Forse sono io che do per scontato troppo.”
Così ho fatto quello che, in teoria, dovrebbe chiarire ogni equivoco. Mi sono presentata. Ho raccontato la mia esperienza.
L'esperienza. I titoli. L’ecosistema professionale in cui lavoro da anni.
I libri pubblicati.
Il podcast.
I canali social.
Ho messo sul tavolo tutto ciò che, normalmente, serve a dire:
“So chi sono. Questo è il mio lavoro.”
Ma la risposta, semmai, è peggiorata. Più spiegavo, più il campo si irrigidiva. Più rendevo visibile la mia traiettoria, più il no diventava rapido, opaco, definitivo.
Ed è stato lì che ho capito una cosa importante: Il problema non era la mancanza di informazioni. A quel punto ho smesso di interrogarmi sul no. Il no era evidente, ripetuto, coerente.
Ho iniziato invece a osservare che cosa quel no evitava.
Perché quando un no non è argomentato, quando non entra mai nel merito, quando cambia forma ma non sostanza, non è una decisione: è un evitamento.
E l’evitamento, quasi sempre, non riguarda l’altro. Riguarda una parte di sé che non è pronta a stare in relazione.
Che cosa mancava, in quei no?
Non mancava competenza. Non mancava spazio. Non mancavano soluzioni pratiche.
Mancava una identità professionale sufficientemente abitata.
Perché quando l’identità è chiara: la collaborazione non è una minaccia, la prossimità non genera confusione, la somiglianza non spaventa
Quando invece l’identità è fragile: ogni ingresso è un disturbo, ogni confronto è una possibile esposizione, ogni contaminazione rischia di far emergere domande non risolte
Il no, in questi casi, non protegge il lavoro. Protegge un equilibrio interno precario.
“Siamo troppo simili” non è un motivo È un segnale.
Così come:
“ne parlo con…”
“preferiamo restare nel nostro ambito”
“ti facciamo sapere”
Sono tutte forme diverse della stessa frase non detta: Non so abbastanza chi sono per stare accanto a qualcuno che lo sa.
E questo non è un giudizio. È una constatazione.
Identity First™, sempre
Perché quando l’identità guida il lavoro:
i confini sono chiari
le collaborazioni sono leggibili
i ruoli non si difendono, si abitano
Quando invece l’identità è delegata:
al ruolo
al titolo
al protocollo
alla struttura
ogni relazione diventa potenzialmente destabilizzante.
E allora il no diventa la soluzione più semplice. Non perché sia giusta. Ma perché evita il contatto.
Non è una colpa. È un limite non visto.
Io non ho incontrato ostilità. Ho incontrato assenza di centratura identitaria. E quando manca quella, non è possibile nemmeno dire un sì consapevole.
Solo una serie di no educati, inermi e tutti uguali.
Questa esperienza non mi ha detto molto su di loro. Mi ha chiarito qualcosa su di me.
Mi ha ricordato che io non lavoro per difendere un ruolo. Non lavoro per presidiare un perimetro. Non lavoro per “restare nel mio ambito”.
Io lavoro a partire dall’identità. E quando l’identità guida: non ho bisogno di proteggermi, non ho bisogno di delegare decisioni a terzi, non ho bisogno di diluire ciò che faccio per renderlo accettabile
Posso stare in relazione senza confondermi.
Posso collaborare senza perdere forma.
Posso dire sì o no senza sparire.
Ho capito anche un’altra cosa, forse la più importante.
Il problema non era trovare un lettino. Il problema era il tipo di campo che quel lettino avrebbe attivato.
Perché un lettino, in questo caso, non era un oggetto. Era una presenza. Un modo diverso di abitare il lavoro. Una postura.
E quella postura — identitaria, trasversale, non difensiva — non era compatibile con sistemi che reggono solo finché nessuno li mette davvero in relazione.
Non ho perso opportunità. Ho guadagnato una lettura.
Ho visto con chiarezza dove: la collaborazione è possibile e dove invece viene confusa con una minaccia
E soprattutto ho riconosciuto un confine importante: Non tutto ciò che è “professionale” è pronto per una relazione identitaria.
Questa non è una conclusione. È un punto di orientamento per me e per chi legge e sente che qualcosa, qui, risuona.
Perché Identity First™ non è uno slogan.
È il punto da cui guardi il mondo quando smetti di chiederti se sei tu a essere fuori posto e inizi a leggere che tipo di identità regge davvero un sistema.






