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2 Strategie ricorrenti e un Outsider





Mi piace guardarmi intorno. Osservare le strutture dietro le parole e le parole dentro le persone.


Sono un coach. Un executive coach. Fa parte del mestiere guardare cosa accade nel campo, anche oltre i confini geografici.


Questo articolo nasce da qui: da un’osservazione, non da una posizione.




Tre strategie ricorrenti nella comunicazione dell’Executive Coaching contemporaneo


Osservando la comunicazione dei programmi di executive coaching ad alto posizionamento – siti, landing page, newsletter, presentazioni – emergono pattern piuttosto stabili.


Al di là delle differenze stilistiche, le strategie realmente utilizzate sono tre. Non sono giuste o sbagliate. Sono asset comunicativi adattivi a obiettivi diversi.




1. Asset autocelebrativo (brand-persona)


In questo modello la persona è il centro narrativo. La comunicazione è continua, riconoscibile, rituale.

Anche quando parla al cliente, il perno resta l’identità pubblica del coach. Caratteristiche ricorrenti:


storytelling personale reiterato

esposizione costante

centralità del volto, della voce, della storia

attenzione come valuta primaria


Il contenuto non è il fine.

È il veicolo della presenza. La sintesi, quando arriva, è un effetto secondario della notorietà già consolidata.


Prima, ciò che conta è rimanere visibili.




2. Asset narrativo-giustificativo


Quando notorietà e riconoscibilità non sono sufficienti a sostenere il posizionamento, il testo assume una funzione strutturale. Il copy diventa lungo, progressivo, ridondante. Non per errore, ma per necessità. Pattern frequenti:


ripetizione degli stessi pain point

forte rispecchiamento emotivo

normalizzazione della confusione

promessa di chiarezza futura


In questo modello, la narrazione prepara il cliente ad accettare il valore economico dell’offerta.


Il testo non accompagna. Sostituisce reputazione e fiducia preesistenti.




3. Asset di autorevolezza per sottrazione (Outsider)


Più raro.

Meno visibile.

Spesso frainteso.


Qui la comunicazione è essenziale, talvolta spoglia.


Non cerca attenzione continua, non seduce, non spiega tutto. Caratteristiche:


esposizione personale minima

linguaggio diretto

assenza di giustificazioni

contenuti che reggono anche nel silenzio


Questo modello non trattiene. Filtra.

Non punta a piacere a tutti, ma a risultare immediatamente riconoscibile per chi è pronto.




Un punto spesso trascurato


Queste strategie non sono alternative morali. Sono risposte diverse allo stesso mercato.

Il problema nasce quando:


l’autocelebrativo si maschera da neutralità

il narrativo si presenta come profondità

il silenzio viene scambiato per mancanza di valore.


Il copy, nel coaching, non è mai neutro. Non descrive: orienta.




Identity First™ come chiave di lettura


Quando il lavoro riguarda ruoli, performance, risultati, la comunicazione può permettersi di rassicurare. Quando invece il lavoro tocca l’identità, la coerenza interna, la frattura tra chi una persona è diventata e il ruolo che continua a occupare, il linguaggio cambia.



In quel caso:


spiegare troppo diventa contenimento

rassicurare diventa freno

trattenere diventa disallineamento




Identity First™ non è ovviamente uno stile di copy. È un criterio di scelta, un assetto Identitario.

Significa che: la comunicazione non precede l’identità

il valore non viene costruito a parole

il linguaggio serve a rendere visibile una posizione, non a giustificarla


In un mercato saturo di voci, la differenza non la fa chi parla di più.

La fa chi sa da dove parla.

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