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Milgram, Piero Angela e il coraggio di restare se stessi


Qualche giorno fa ho commentato un post sull’esperimento di Milgram. L’ho conosciuto da giovane nel ‘78, grazie a un grande divulgatore italiano: Piero Angela.

E da allora non l’ho più dimenticato.


È stato uno di quei momenti di insight che ti rimane addosso. Ti cambia lo sguardo. Ti spiega perché certe dinamiche sociali fanno così male.


E perché, a volte, sentirsi “diversi” è una benedizione inattesa.


Forse — dico forse — gli devo anche una parte della mia essenza da Lupo Solitario.

Ma cosa ci rivela davvero l’esperimento di Milgram… se lo guardiamo non con gli occhi della psicologia sociale, ma con quelli della coerenza identitaria?


Per chi non lo conosce: è l’esperimento che mostra come persone “normali” possano arrivare a fare cose terribili solo perché un’autorità lo dice.

Una giacca bianca.

Un ruolo.

Una voce “esperta”.


Milgram non parla di crudeltà, parla di obbedienza. E soprattutto, parla di identità.

Milgram non ci ha mostrato solo quanto siamo influenzabili. Ci ha mostrato quanto siamo disallineati quando non ci conosciamo.


Se non scegli tu la tua identità, qualcun altro la sceglie per te.

Un’autorità.

Un gruppo.

Una cerchia.

Un ruolo.

Un “si è sempre fatto così”.


E allora la domanda diventa:

Cosa succede dentro di noi quando l’autorità entra in conflitto con chi siamo davvero?

Chi sei quando nessuno ti dice cosa fare?

A cosa rimani fedele?

Quale parte di te non è negoziabile?


È lì che nasce la vera leadership.

È lì che inizia la trasformazione.

È lì che cominciano tutte le “svolte”.


Per anni ho osservato dinamiche in cui l’autorità esterna — ruoli, cerchie, guru, gruppi affiatati, sistemi “esperti” — diventa più forte dell’identità interna.


E ho visto persone:

* obbedire a ruoli che non sentono

* adattarsi a gruppi per paura del giudizio

* rinunciare alla propria voce per non “stonare”

* accettare indicazioni assurde pur di non sembrare fuori posto


Il punto è semplice: l’autorità esterna funziona solo quando l’identità interna è fragile.


Milgram ce lo urlava già allora, con un linguaggio crudo: > “Se non sai chi sei, qualcuno ti dirà cosa fare.”


E infatti la vera differenza non è tra “forti” e “deboli”. È tra chi ha un’identità propria e chi vive di identità prese in prestito.


Nel mio lavoro vedo persone cambiare totalmente quando iniziano a farsi questa domanda semplice e brutale: Questa voce che ascolto… è davvero mia?


Perché quando l’identità smette di essere un’eco e diventa una sorgente, cambia tutto:

* non ti pieghi più a dinamiche tossiche

* non insegui approvazioni

* non cerchi cerchie che ti tollerino

* non hai bisogno di un “guru” per sapere cosa fare

* non cedi all’autorità solo perché “suona legittima”


Oggi posso dirlo chiaramente: Sono cresciuta tra l’autorità dei ruoli — e ho scelto, consapevolmente, l’autorità dell’identità.


Perché alla fine la vera leadership è questa:

non seguire il più autorevole ma seguire CHI SEI.

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